news La petizione di Legambiente: “5G sì, ma senza aumentare limiti d’esposizione”

24 Settembre 2020by 0
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5G sì, ma senza giocare sulla sicurezza dei cittadini. È questo il succo della petizione rivolta da Legambiente al Governo. “Condividiamo la necessità di digitalizzazione del nostro Paese: l’emergenza Covid-19 ha fatto emergere con forza il problema cronico dell’Italia legato al cosiddetto digital divide”, scrive l’associazione, “La diffusione della banda ultralarga su tutto il territorio nazionale, sia con la fibra che con il 5G, è fondamentale per colmare questa lacuna intollerabile, ma questo deve avvenire senza alcuna modifica della Legge Quadro 36/2001 sui limiti di esposizione e di attenzione cautelativi di fronte ai rischi sanitari che invece interverrebbero con un loro aumento”. E questo perché “con lo sviluppo del 5G verrà a modificarsi il livello di esposizione complessivo della popolazione”, per questo risulta – secondo Legambiente – di fondamentale importanza “adottare un approccio fortemente cautelativo, in linea con quanto messo in evidenza dalla ricerca scientifica”.

Il principio di precauzione

L’applicazione del principio di precauzione – al quale si richiamano esplicitamente sia l’Agenzia Europea per l’Ambiente di Copenaghen, sia il Centro Europeo Ambiente e Salute dell’Organizzazione Mondiale della Sanità di Bonn – prevede di non differire le misure di riduzione dell’esposizione umana fino al completamento di nuovi studi e ricerche che riducano le attuali incertezze e lacune delle conoscenze. Il che si traduce nella necessità, in attesa di nuove ricerche per colmare queste lacune, di perseguire da subito la riduzione delle esposizioni, “da una parte mantenendo gli attuali i limiti di legge italiani, tra i più bassi in Europa, e dall’altra rendendo omogenei i livelli di esposizione nel territorio, evitando che gruppi di residenti in determinate aree siano soggetti a livelli di esposizione elevati, attraverso una corretta pianificazione delle stazioni radio base con appositi regolamenti comunali”.

Gli studi a supporto della posizione

Per sostenere la propria posizione, Legambiente cita la monografia 102 del 2013 dell’Agenzia Internazionale per la Ricerca sul Cancro (IARC) di Lione che definisce i campi elettromagnetici a radiofrequenza come “possibilmente cancerogeni per l’uomo” sulla base di una corposa serie di studi sul rischio di tumore cerebrale per gli utilizzatori di telefoni cellulari, ritenendo “credibile” questa relazione di causa e effetto, senza escludere però il ruolo di spiegazioni alternative. Dopo questo lavoro sono stati condotti numerosi studi, tra cui i due recenti relativi a esperimenti su animali di laboratorio, svolti dal National Toxicology Program negli USA e dall’Istituto Ramazzini di Bologna, che hanno mostrato eccessi di rischio per i tumori del sistema nervoso a livello cerebrale e cardiaco per livelli di campi elettromagnetici “elevati”, da qui la necessità esplicitata dalla Iarc di una nuova valutazione del rischio di cancro associato ai campi elettromagnetici a radiofrequenza, posta come priorità per il 2020-24. In particolare, i ricercatori dell’Istituto Ramazzini hanno presentato i risultati della sperimentazione animale, che prende in esame lo standard 3G, da loro condotta, con risultati congruenti con quelli dello studio del National Toxicology Program (NTP), che mostrano criticità ad alte esposizioni (50 V/m), comparabili a quelle permesse nei Paesi Europei, per un elevato numero di ore al giorno (19 ore). A questi studi si devono aggiungere quelli più noti sull’uso dei cellullari.

Le richieste della petizione

Tra i sostenitori della petizione ci sono Stefano Ciafani, presidente di Legambiente, Fiorella Belpoggi, direttrice Istituto Ramazzini, Roberto Romizi, presidente Isde – medici per l’ambiente, Rosalba Giugni, presidente di Marevivo, Fausto Bersani Greggio, fisico e consulente della Federconsumatori della Provincia di Rimini. Con la petizione, che si può firmare qui, Legambiente al Governo e al Parlamento italiano le seguenti tre azioni:

1. Vista la già accertata pericolosità (alte esposizioni per lunghi intervalli di tempo) delle frequenze finora utilizzate per la telefonia mobile, simili a quelle che verranno utilizzate per il 5G (700 MHz e 3.600 MHz), si richiede che si mantengano tassativamente i valori di attenzione cautelativi per i valori di campo elettrico di 6 V/m, dato che negli studi sperimentali a questi livelli di inquinamento elettromagnetico non sono stati osservati effetti avversi.

2. È inoltre necessario modificare l’art. 14 del Decreto Sviluppo “Ulteriori misure urgenti per la crescita del Paese” che impone la misurazione dei campi elettromagnetici sulla media di 24 ore riducendo questo intervallo di tempo ai 6 minuti nelle ore di maggior traffico telefonico.

3. Serve finanziare una ricerca indipendente, epidemiologica e sperimentale, sulle onde millimetriche del 5G a 26 GHz finalizzata ad approfondire i possibili impatti sulla salute.

il Salvagente

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