news Fagioli, ceci e glifosato (e non solo). Cosa ha trovato il nostro test

30 Ottobre 2020by 0
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L’autunno è arrivato in Italia con pioggie e abbassamento di temperature in tutto il paese. Quasi un’anticipazione dell’inverno che spinge ad adeguare anche le abitudini alimentari alla nuova stagione. E come è noto, i legumi sono tra gli ingredienti principali di zuppe, primi e contorni nei mesi più freddi. Ma se una volta la preparazione più comune consisteva nel metterli in ammollo la sera prima e dopo una sciacquata buttarli in pentola, adesso, con la vita frenetica che accompagna la maggior parte delle famiglie italiane, la soluzione più pratica che stravince in cucina è quella dei legumi precotti e conservati in scatola. Fagioli, ceci, piselli e lenticchie, su tutti: che sia una lattina o un barattolo di vetro, aprire e versare è la cosa più semplice che ci sia.
Ma siamo sicuri che a fronte di questa facilità d’uso, non rischiamo qualcosa in termini di sicurezza alimentare?

Apriamo le scatole

I legumi in scatola sono fatti per restare mesi, se non anni, in una soluzione di acqua, sale, e spesso conservanti, dentro latte di metallo (o di vetro o in brick). Come influisce questa lunga “sosta” sul prodotto finale? E, ancora, da quale materia prima si parte per i barattoli su cui campeggiano spesso idilliache immagini di verdi campagne?

Per scoprirlo, il Salvagente ha portato 16 prodotti in diversi laboratori, alla ricerca di fitofarmaci, metalli pesanti, micotossine e altre sostanze pericolose per la salute come il bisfenolo A. Cirio, Conad, Esselunga, Coop, Valfrutta, Heinz, Bonduelle, Delizie del campo (Eurospin) e Campo largo (Lidl), i brand che sono finiti sotto la nostra lente d’ingrandimento, tra 7 lotti di ceci e 9 di fagioli borlotti.

Nel test del numero in edicola e in vendita sul nostro negozio digitale da oggi, in 6 prodotti abbiamo trovato tracce di 5 fitofarmaci tra cui il glifosato. Nessuno dei prodotti ha riportato residui di sostanze chimiche oltre i livelli consentiti dalla legge, ma almeno un paio di casi hanno suscitato perplessità. Si tratta di quelli in cui abbiamo trovato i pesticidi cyproconazole e 2,4-D, sostanze vietate nelle colture di legumi nel nostro paese. Il fatto che siano presenti in tracce, seppur contenute, potrebbe essere dovuto a contaminazione del terreno, a deriva da colture vicine in cui sono permessi, a utilizzo improprio del prodotto chimico. O ancora a importazione da paesi in cui sono consentiti.
Il nostro test, in quest’ultimo caso, mette in evidenza la lampante contraddizione della legislazione europea: un consumatore italiano può mangiare dei fagioli in scatola lavorati con un pesticida vietato in Italia, ma consentito in Europa. E per di più, senza avere idea di dove quei fagioli siano stati coltivati. Al contrario di altri prodotti alimentari, come l’olio o la carne, infatti, i produttori di legumi non sono tenuti a indicare l’origine della materia prima nella confezione, a meno che non facciano volontariamente riferimento a un’area geografica sulla confezione. Se ad esempio si fa riferimento all’Italia, tra gli ingredienti deve essere specificato se la materia prima è coltivata nel nostro paese, all’interno dell’Ue, o in paesi extraeuropei. Decisamente poco, se si considera che la differenza per il consumatore sta nel sapere se quel prodotto è stato innaffiato da pesticidi considerati potenziali cancerogeni o no.
Anche la presenza in un campione di bisfenolo A – sui 6 testati in lattina – non è un buon segno. Nonostante sia pienamente nei limiti di legge, questo interferente endocrino è sconsigliato dall’Unione europea come sostanza da utilizzare per le confezioni alimentari, nonché vietato per la cosmesi.

Vietati in Italia ma legali fuori dai confini

Pur non avendo trovato in laboratorio residui di fitofarmaci in quantità tali da violare la legge, la presenza di molecole non consentite per la coltivazione di legumi in Italia, ci ha spinti a chiedere chiarimenti alle aziende interessate. In particolare, l’erbicida 2,4-D, considerato potenziale cancerogeno dallo Iarc, è stato rintracciato in tre scatole di ceci.

Le aziende, contattate dal Salvagente, hanno risposto tutte allo stesso modo: “i ceci non sono stati coltivati in Italia. Di conseguenza, la valutazione di conformità del prodotto deve essere effettuata considerando i limiti previsti dalla regolamentazione europea”.

E a livello europeo, la normativa vigente fissa un limite massimo residuo di 2,4-D pari a 0,05 mg/kg per i legumi secchi.
Sui fagioli borlotti, invece, in un caso i nostri test di laboratorio hanno trovato residui di cyproconazole, classificato dalla Ue come cancerogeno di categoria 3 come prova limitata. La molecola evidenziata è un fungicida impiegato ed autorizzato su diverse colture di cereali, non sulla coltivazione del fagiolo. “Il risultato (0,006 ppm) è inferiore al limite di quantificazione che coincide con il limite di contaminazione ambientale (0,01 pmm) ed è pertanto da considerare come ritrovamento di tracce: le tracce possono essere dovute a effetti di deriva per trattamenti di colture adiacenti, quali cereali” ci ha risposto l’azienda.

Come appare evidente dalle risposte delle aziende, qualcuno punta alla contaminazione accidentale, qualcun altro al fatto che il fitofarmaco vietato in Italia è permesso entro certi limiti in altri paesi Ue, o addirittura extraeuropei. E in effetti, è questo il punto debole legislativo su cui fanno perno i produttori e i distributori di legumi: poco importa se un principio attivo potenzialmente cancerogeno è vietato nelle coltivazioni italiane, quando è del tutto legale vendere fagioli o ceci che ne portano tracce solo perché spruzzati in Canada, in Argentina o in Cina. Tanto il consumatore non avrà modo di conoscere l’origine del prodotto, a meno che non sia la stessa azienda a volerlo.

Glifosato

Nonostante la Iarc, l’Agenzia di ricerca sul cancro dell’Oms, lo abbia classificato come probabile cancerogeno per l’uomo, l’Ue si è limitata a porre restrizioni soltanto per alcuni utilizzi. In Italia l’uso dell’erbicida è vietato solo in fase di pre-raccolto e trebbiatura e per giardini, parchi, campi sportivi e terreni molto sabbiosi, non per le colture di fagioli e ceci.

Abbiamo trovato il glifosato in tre confezioni di ceci, in quantità comunque contenuta, considerando oltretutto che i limiti di legge consentiti (10 mg/kg) sono molto generosi.

In ogni caso, il probabile utilizzo di un fitofarmaco probabilmente dannoso per l’organismo umano, non è certo una buona notizia. In particolar modo se associato ad altre molecole di fitofarmaci.

Secondo un nuovo studio curato da ricercatori di un team internazionale con sede nel Regno Unito, in Italia, Francia e Paesi Bassi, tra cui Fiorella Belpoggi, direttrice dell’Istituto Ramazzini di Bologna, le miscele di residui di pesticidi che si trovano comunemente negli alimenti nell’Ue possono avere effetti negativi sulla salute anche quando ogni singolo pesticida è presente a un livello considerato sicuro dalle autorità di regolamentazione.

Bisfenolo A

Il bisfenolo A (Bpa) è una sostanza molto utilizzata nell’industria, soprattutto per la produzione delle plastiche in policarbonato comuni nei recipienti per uso alimentare, e nelle resine che compongono il rivestimento protettivo interno presente nella maggior parte delle lattine.

Un recente studio pubblicato su The Lancet Diabetes & Endocrinology ha misurato con una nuova tecnica la presenza di bisfenolo A in contenitori di vario tipo rivela che le rilevazioni precedenti potrebbero averla ampiamente sottostimato.

È considerato un interferente endocrino, vale a dire una sostanza in grado di danneggiare la salute alterando l’equilibrio, soprattutto nella fase dello sviluppo all’interno dell’utero e nella prima infanzia.

Uno dei campioni recava tracce di bisfenolo A: i fagioli di un discount, con una presenza di 0,01 mg/kg.

Il problema qui non è la quantità, esiziale, ma il fatto che secondo il Regolamento europeo Reach il Bpa faccia parte delle “sostanze particolarmente preoccupanti” destinate a limitazioni d’uso e, ovunque possibile, alla sostituzione con sostanze meno nocive. Dunque, sarebbe meglio che i produttori passassero ad altre componenti chimiche per ottenere lo stesso risultato.

©Riproduzione riservata

Il test integrale su 15 barattoli di ceci e fagioli venduti in supermercati e discount la trovate in edicola dal 30 ottobre, o potete scaricarla dal nostro negozio digitale

 

il Salvagente

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