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newsEcco come il glifosato contamina il grano italiano

7 Dicembre 2020by 0

È una domanda che torna sistematicamente negli uffici qualità delle aziende quando le analisi segnalano la presenza nella pasta: “E questo da dove spunta?”. Si perché, al di là delle rassicurazioni ufficiali, i primi a temere la presenza del famigerato erbicida sono i pastai stessi. “I consumatori non lo vogliono ed è pure comprensibile: ma spesso evitare la contaminazione è davvero difficile”, ci racconta a microfoni spenti un consulente di alcune grandi marchi del made in Italy. Un argomento che abbiamo affrontato nel nuovo numero inedicola dove pubblichiamo i risultati del test su 20 marchi di spaghetti.
In questi anni tutti gli sforzi analitici si sono concentrati nel capire da dove può arrivare il pericolo. “Se lo trovi in concentrazioni tra 0,2 e 0,5 mg/kg di sicuro il grano è stato trattato in pre-harvest (pre-raccolta, ndr) con glifosato e allora l’azienda ormai sa bene che la soluzione è abbandonare quel fornitore estero”.

 

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Il trattamento in pre-semina

Il discorso si complica se il risultato si abbassa. “Quando troviamo il principio attivo sotto 0,2-0,1 mg/kg tutto diventa più complicato: se la pasta è ottenuta con semole di diversa origine è chiaro che la miscela con una materia prima straniera è la prima indiziata e spesso la farina viene tagliata proprio per evitare concentrazioni di glifosato più alte”. Ma se quel grano è 100% italiano o francese e troviamo lo stesso tracce del temuto pesticida, quali possono essere le ipotesi?
“È importante – precisa il nostro interlocutore – ricordare che in Europa e quindi anche in Italia l’uso del glifosato in pre-semina per diserbare il campo non è vietato (fino a gennaio 2022, ndr) anche se sempre più aziende nei loro capitolati di acquisto mettono come condizione il divieto di utilizzo del glifosato anche prima della semina, proprio perché i consumatori non vogliono di questa sostanza”.
Quando si può parlare di contaminazione accidentale? “Decenni di uso indiscriminato di questo diserbante – per non parlare di altri fitofarmaci – hanno creato un inquinamento ambientale importante. I dati delle Arpa e di Ispra sulla contaminazione dei suoli e delle acque lo stanno a dimostrare. La pianta può assorbire il glifosato da un terreno o da una falda contaminata. Ma è anche probabile che lo possa assorbire anche per via fogliare, visto che questi principi attivi possono anche diffondersi nell’aria. Studi in corso ce ne sono tanti e anche ricerche condotte su sangue e urine mettono in guardia dalla diffusione ambientale di questo potente inquinante”.

“Lo spaghetto ‘nasce’ in campo”

I controlli delle aziende sono serrati ma spesso possono non bastare o non essere sufficienti. “Cercarlo significa trovarlo – aggiunge l’esperto – perché come spiegavo prima la persistenza nei terreni e nelle acque sotterranee è un vero e proprio problema da affrontare. Per questo non basta fare i controlli, bisogna conoscere l’area di coltivazione e la storia agronomica di quei terreni. La faccio facile: puoi scrivere nel capitolato di fornitura ‘zero glifosato’ e magari davvero l’agricoltore non tocca il grano con quel diserbante ma se l’anno prima ha trattato il terreno con glifosato per piantare mais, non puoi stupirti e chiedere a noi tecnici: ‘E ora questo da dove spunta fuori?’. Bisogna prendere le cose per tempo e capire che la pasta ‘nasce’ in campo”.
Ma c’è questa sensibilità nel mondo della produzione? “La situazione – ci spiega il nostro interlocutore – in effetti è ambivalente. Da una parte il grano è ormai una commodity sempre più trattata come un prodotto finanziario e sul cui acquisto i contratti di fornitura si assomigliano sempre più a quelli del petrolio. Dall’altro lato – conclude il consulente – è anche vero che i grandi brand hanno capito da anni che è sulla qualità e sulla salubrità che si giocano il rapporto di fiducia con i consumatori. La pasta, specie quella convenzionale, ha un prezzo tutto sommato contenuto e rigido: non puoi farla costare tanto cara né svenderla. Ecco che allora la differenza la devi marcare sulla qualità, sui controlli e sulla conoscenza e l’approfondimento agronomico. E poi, ovviamente, lo devi saper raccontare anche al consumatore”.

Da dove viene la contaminazione?

Impiegare materia prima nazionale da sola non basta come ci ha spiegato pochi giorni fa in questa intervista Massimo Crippa, direttore commerciale del gruppo Colussi proprietario, tra gli altri (Misura, Colussi, Riso Flora e Del Monte), del marchio Agnesi: “Il problema è che noi sappiamo che le contaminazioni accidentali esistono ma non è semplice scoprire da dove vengano: bastano 30 chili di grano con glifosato al di sotto dei limiti per contaminare le restanti 30 tonnellate di grano stoccate nel silos. Questo per dire che la contaminazione accidentale può avvenire in campo, attraverso terreni precedentemente trattati con questo erbicida, tramite l’acqua di falda oppure in fase di stoccaggio dove magari resta del grano trattato con glifosato che finisce nella nostra fornitura nonostante lo escludiamo dai nostri capitolati. Ecco perché – conclude il direttore commerciale del gruppo Colussi – abbiamo puntato sulla filiera, perché possiamo avere la piena tracciabilità e controllare ogni lotto per escludere quello con la benché minima traccia di glifosato”.

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