newsMetalli pesanti e microfibre nelle mascherine: danni per salute e ambiente

10 Maggio 2021by 0

La presenza di metalli pesanti e il rilascio di microfibre dalle mascherine minacciano la salute dei cittadini e quella dell’ambiente. L’allarme arriva da due distinte ricerche condotte rispettivamente dall’Università di Swansea, nel Galles, e dall‘Università di Milano-Bicocca.

Partiamo dai metalli pesanti rilasciati daii dispositivi di protezione, che a contatto con l’acqua, diventerebbero un veicolo pericoloso di inquinamento e rappresenterebbero una seria minaccia per la salute umana. I ricercatori britannici hanno scoperto che le mascherine, fondamentali per proteggerci dal Covid, rilasciano nell’ambiente piombo, antimonio, cadmio e rame.

Inquinanti tossici

I test effettuati dall’università gallese, come riporta il quotidiano La Repubblica, hanno rilevato la presenza di “livelli significativi di inquinanti in tutte le mascherine testate”, con la presenza di “micro e nano particelle e metalli pesanti rilasciati nell’acqua durante tutti i test”. Questi hanno “un impatto ambientale sostanziale” con danni per la salute pubblica, e anche a basse dosi possono rivelarsi tossici. “L’esposizione ripetuta potrebbe essere pericolosa poichè le sostanze trovate hanno legami noti con la morte cellulare, la genotossicità e la formazione del cancro“, viene spiegato nella ricerca. Inoltre questi inquinanti tossici hanno proprietà bioaccumulative minacciando la catena alimentare e quindi l’uomo.

Il professor Sarper Sarp, capo del progetto, ha dichiarato che “tutti noi dobbiamo continuare a indossare le mascherine perché sono essenziali per porre fine alla pandemia. Ma abbiamo anche urgente bisogno di più ricerca e regolamentazione sulla loro produzione, in modo da ridurre i rischi per l’ambiente e la salute umana”.

Una chirurgica rilascia in mare fino a 173mila microfibre al giorno

L’altra allerta arriva da uno studio dell’Università di Milano-Bicocca: una mascherina chirurgica nell’ambiente marino rilascia fino a 173mila microfibre al giorno. La ricerca evidenzia i rischi ambientali dovuti allo smaltimento non corretto dei dispositivi di protezione anti-Covid.
Il risultato della ricerca condotta da un team di chimici del Dipartimento di Scienze dell’Ambiente e della terra dell’ateneo milanese dal titolo “The release process of microfibers: from surgical face masks into the marine environment” con autori Francesco Saliu, Maurizio Veronelli, Clarissa Raguso, Davide Barana, Paolo Galli, Marina Lasagni, è stato recentemente pubblicato sulla rivista Environmental Advances.
Lo studio ha approfondito il meccanismo di degradazione foto-ossidativa delle fibre di polipropilene presenti nei tre strati delle mascherine chirurgiche e ha fornito un primo dato quantitativo relativo alla cessione di microplastiche. Per le mascherine, infatti, così come succede per molti altri oggetti di uso quotidiano, il dato relativo alla stabilità oltre il limite di utilizzo non era disponibile in letteratura.
Il lavoro sperimentale è stato condotto sottoponendo mascherine usa e getta disponibili commercialmente ad esperimenti di invecchiamento artificiale, designati per simulare ciò che avviene nell’ambiente, quando una mascherina abbandonata inizia a degradarsi a causa dell’esposizione agli agenti atmosferici e, in particolare, alla radiazione solare. Un processo che può durare diverse settimane prima che il materiale giunga al mare, dove è poi sottoposto a stress meccanici prolungati indotti dal moto ondoso. È qui che avviene il maggior rilascio di microfibre. Le misure condotte con tecniche di microscopia elettronica e microspettroscopia infrarossa hanno evidenziato come una singola mascherina chirurgica esposta alla luce UV-A per 180 ore sia in grado di rilasciare centinaia di migliaia di particelle del diametro di poche decine di micron.     
Gli effetti di queste microfibre sugli organismi marini sono ancora da determinare. A questo proposito è in corso una collaborazione con i ricercatori del MaRHE center, il centro di ricerca e alta formazione dell’Ateneo alle Maldive. Come già acclarato per altre tipologie di microplastiche, quali ad esempio quelle prodotte dalla degradazione dei materiali utilizzati per il confezionamento di alimenti o generate durante il lavaggio di tessuti sintetici in lavatrice, sono possibili sia danni da ostruzione in seguito ad ingestione, sia effetti tossicologici dovuti alla veicolazione di contaminanti chimici e biologici. Preoccupa inoltre la presenza di frazioni sub-micrometriche, potenzialmente capaci di attraversare le barriere biologiche.
“Speriamo che questo nostro lavoro possa sensibilizzare verso un corretto conferimento delle mascherine a fine utilizzo e promuovere l’implementazione di tecnologie più sostenibili”, hanno commentato Francesco Saliu e Marina Lasagni, rispettivamente ricercatore e docente del dipartimento di Scienze dell’Ambiente e della terra di Milano-Bicocca.

il Salvagente

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