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newsMal di test dopo cena: e se la colpa fosse dei solfiti? La nostra prova

25 Luglio 2021by 0

Il segnale in genere è inequivocabile: un forte mal di testa poco dopo aver consumato una bevanda o un alimento. L’interpretazione non è immediata. Risalire al fatto che quello che abbiamo consumato sia un prodotto con un bel carico di solfiti non è per nulla facile da comprendere, a meno di non essere già preparati.
Se oramai è abbastanza nota l’aggiunta nei vini, dove evitano la perdita di aroma e di colore, non molti sanno che questi composti sono presenti anche in diversi altri alimenti sia come aggiunta che come presenza naturale. Nel primo caso si tratta di veri e propri additivi, usati per la loro azione antisettica che garantisce una migliore conservabilità e scongiura la formazione di composti indesiderati. L’azione negativa però è oramai indiscutibile: a livello gastrico influenzano l’assorbimento di vitamina B1 e in ultimo alterano l’ossigenazione del sangue causando cefalea.

Come riconoscere i solfiti

Le norme, ovviamente prevedono la dichiarazione in etichetta dell’eventuale aggiunta, ma quanti sanno decifrare le molte sigle dietro le quali si nascondono?
Una ripassatina può far comodo: l’anidride solforosa e i solfiti possono essere individuati cercando in etichetta E220, E221, E222, E223, E224, E226, E227, E228.

Il nostro studio

A prescindere da quanto eventualmente dichiarato in etichetta, quello che un consumatore non troverà mai indicata è la quantità di solfiti contenuti in un alimento. E di fronte a questa incertezza è davvero complicato valutare se consumando frequentemente un alimento o bevendo un tipo di vino, si può andare incontro a effetti indesiderati. Per questo il Salvagente, assieme ai laboratori del Gruppo Maurizi, ha voluto a valutare la concentrazione di solfiti in determinati alimenti per capire se il consumo giornaliero contemporaneo di tutti questi cibi può provocare un’assunzione di solfiti superiore al consumo giornaliero raccomandato.

I limiti da non superare

Diversi regolamenti europei stabiliscono i livelli massimi di anidride solforosa e di solfiti all’interno dei quali devono rientrare alcuni alimenti come ad esempio, molluschi e crostacei non trasformati, pesce e prodotti della pesca trasformati, compresi molluschi e crostacei, frutta e frutta secca, vini rossi, bianchi e rosati.
L’attuale dose giornaliera ammissibile (DGA) di 0,7 milligrammi per chilogrammo di peso corporeo si applica cumulativamente a tutte le sette sostanze (anidride solforosa e solfiti). Le stime dell’esposizione alimentare a queste sette sostanze per consumatori della maggior parte delle fasce d’età sono talvolta superiori a tale quantitativo, in particolare per i forti consumatori.
Il regolamento stabilisce che, in caso di concentrazioni superiori a 10 mg/kg o 10 mg/litro in termini di anidride solforosa totale, questa informazione debba essere presente in etichetta.

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Cosa abbiamo trovato

Per lo studio che presentiamo nelle pagine del numero del Salvagente di luglio, sono stati considerati campioni di alimenti che comunemente contengono solfiti:

mandorle;
gamberetti sgusciati e surgelati;
vino;
albicocche secche non zuccherate.

Le analisi sono state condotte attraverso la cromatografia ionica, dopo una distillazione in ambiente acido. L’anidride solforosa sviluppatasi è stata intrappolata in acqua ossigenata e quantificata.
Gli alimenti analizzati, come vedete dalle tabelle di queste due pagine, non presentano valori che superano i livelli massimi stabiliti dalla normativa, quindi anche con un’alimentazione che li comprenda tutti, è difficile eccedere nel consumo raccomandato (DGA). Il maggior tenore di solfiti è stato osservato nelle albicocche, ma i valori sono comunque significativamente più bassi rispetto a quelli stabiliti dalla legge per questo alimento (2.000 mg/kg).

Facciamo due conti

Secondo i limiti di assunzione giornaliera, per un uomo adulto con un peso di 75 kg, la dose massima giornaliera ammissibile è di 52 mg che, considerati i quantitativi di solfiti rilevati nel nostro studio, corrispondono all’assunzione di:

13 chili di mandorle, una quantità difficilmente raggiungibile anche dai più ghiotti;

397 ml di vino, l’equivalente di tre calici mediamente riempiti;

73 grammi di albicocche secche non zuccherate, che corrisponderebbero a poco più di 10 frutti;

Se gli adulti possono tirare un sospiro di sollievo diverso è il ragionamento da fare per i bambini. Come potete vedere dalle dosi ammissibili che abbiamo considerato nella grafica, sottoporre un vassoio di albicocche essiccate ai nostri figli potrebbe rapidamente trasformarsi in un modo per fargli superare la dose giornaliera di assunzione di solfiti. Basterebbero, infatti due frutti essiccati per superare la dose giornaliera ammissibile, francamente molto poco soddisfacenti per i più golosi…
Ovviamente nelle nostre tabelle non abbiamo portato alcun valore limite del vino per i bambini (che, in caso di consumo, avrebbero problemi ben più gravi di quelli legati ai solfiti) ma solo la dose tollerabile calcolata su un adulto di 75 chilogrammi. Dato che queste “soglie” massime sono strettamente legate al peso corporeo è bene che ognuno di noi faccia il calcolo su sé stesso.
Un calcolo che invece si può tranquillamente ignorare per i gamberetti sgusciati che, per lo meno dalle nostre analisi, non sembrano rappresentare alcun rischio di una spiacevole cefalea post cena.

il Salvagente

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