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newsEtichetta, quanta vita c’è dopo la “scadenza”?

19 Agosto 2021by 0

È un’esigenza concreta e una perdita certa per i consumatori. Ogni anno in Italia buttiamo nella pattumiera quasi 30 chili di cibo e almeno nel 10% dei casi la causa è attribuibile all’errata interpretazione dell’etichetta.

Lo spreco alimentare oltre a essere insostenibile dal punto di vista ambientale, rappresenta una perdita economica per le famiglie. Eppure tutto questo dispendio può essere ridotto drasticamente facendo pesare un semplice avverbio ovvero conoscendo la differenza tra la data di scadenza“Consumare entro” e non oltre – e il Tmc, il Termine minimo di conservazione, – “Da consumare preferibilmente entro”, che spesso significa che il prodotto è buono anche dopo.

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Sono molte le iniziative, come la campagna lanciata dalla app antispreco To Good To Go che raccontiamo nelle pagine del lungo servizio, che in questi ultimi anni sono partite per aiutare i consumatori a “usare” le informazioni contenute sulle confezioni.
Dal canto suo l’Unione europea è intenzionata a rivedere la normativa sul Tmc proprio in funzione di una riduzione dei rifiuti alimentari e l’Efsa ha da poco fornito alle aziende nuove indicazioni per calcolare il termine minimo di conservazione.

L’appetito di Big Food

Le aziende e la grande distribuzione non stanno certo alla finestra. Del resto chi si dichiarerebbe contrario a combattere gli sprechi? Ma poi c’è chi si spinge oltre, come la Danone che in Belgio sostituirà in etichetta la data di scadenza con il Tmc. La scelta, ha spiega l’azienda al portale Euractiv, è per contrastare lo spreco di cibo visto che ogni anno il 10% degli 88 milioni di tonnellate di rifiuti alimentari è “provocato” dalla data di “fine vita” impressa sui prodotti. Un’accelerazione che poco ha convinto la Ue che ha invitato alla cautela, visto che i prodotti lattiero-caseario per loro natura possono causare pericolose conseguenze per la salute del consumatore se consumati oltre scadenza.
Insomma dietro alla sacrosanta crociata antispreco possono nascondersi altri obiettivi. “Un Tmc più lungo – spiega Dario Vista, biologo nutrizionista e tecnologo alimentare – significa meno possibilità per i prodotti di raggiungere il fine vita ed essere smaltiti come rifiuto con la conseguente perdita economica dell’ultimo rivenditore. Il produttore-grossista invece con un Tmc più alto può piazzare ordini più grandi ed essere competitivo sul mercato nei confronti di un rivenditore che ha una minore eventualità di smaltire il prodotto come rifiuto”. Avere una shelf life, la vita a scaffale, ben più longeva, insomma, rappresenta un vantaggio tanto per il produttore che per il distributore.

Fino a quando è sicuro?

Resta un dubbio di fondo: la sicurezza alimentare è sempre garantita anche dopo il Tmc? “I prodotti con elevata acidità e bassa attività dell’acqua, ad esempio le conserve di pomodoro, la pasta e il riso – spiega il tecnologo – possono tranquillamente essere consumati anche passato qualche mese dopo il Tmc. Nello specifico la pasta – per la bassa attività dell’acqua – e il tonno – per l’elevato contenuto di sale – sono molto sicuri in questi casi. Sui surgelati sarei più cauto, se non si pone attenzione alla successiva corretta cottura, così come per i prodotti con molti ingredienti dove possono sussistere interazioni con curve di deterioramento diverse”.
La normativa comunitaria e nazionale sul termine minimo di conservazione affidano già ai produttori molto “margine” per stabilire il termine temporale, c’è così bisogno di aumentare lo spazio di manovra dei produttori? Risponde ancora Dario Vista: “A mio parere, visto che esiste l’autoregolamentazione, è necessario che nella tracciabilità del prodotto, ormai gestibile facilmente con le risorse digitali fruibili a tutti, siano presenti i dati e i risultati relativi alle prove effettuate dalle aziende per la determinazione del Tmc”. Combattere lo spreco è importante. Senza però sacrificare le sicurezza alimentare in nome del profitto.

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il Salvagente

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